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Aragon

Pubblicato in NOVEMBRE
Posted by  Giovedì, 11-25-2021
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ARGON, il nuovo album di MICHELE GAZICH

 

Un viaggio musicale e letterario che inizia da Primo Levi e incontra Eugenio Montale,

Gabriele d’Annunzio e Ingeborg Bachmann, ma anche Claudio Lolli, Roberto Roversi e Lucio Dalla

La presentazione in tre concerti-evento in tre città simbolo:

27 novembre FolkClub, Torino (dedicato a Primo Levi)

28 novembre Auditorium del Vittoriale, Gardone Riviera (Bs)

(dedicato a D’Annunzio prigioniero e antifascista)

2 dicembre Sala Curci, Roma (dedicato a Ingeborg Bachmann)

Si intitola Argon, come il diciottesimo elemento della tavola periodica, il decimo album di inediti di Michele Gazich, cantautore e violinista di fama internazionale, già al fianco di songwriters come Mary Gauthier, Eric Andersen, Michelle Shocked, e Mark Olson.

Un album che si potrebbe definire letterario, visto che la maggior parte dei brani sono ispirati a poeti e scrittori. Un percorso, guidato dalla voce bardica di Michele Gazich, che conduce l’ascoltatore attraverso canzoni dai testi duri e forti, caratterizzati da immagini poetiche intense, dolcissime e sconvolgenti insieme. A far da seconda voce il suo violino, che in quest’album si squaderna e si declina in tutte le sue anime: strumento classico, ebraico, slavo, folk e anche spregiudicatamente rock.

Si parte da Argon, la title track, dedicata a Primo Levi, per poi proseguire con le dediche: Canticchiare aiuta all’ultimo Montale che scrive e rimugina nella sua casa milanese di Via Bigli; Il fuoco freddo della luna alla poetessa Ingeborg Bachmann, raccontata nel suo ultimo soggiorno a Roma; Il Vittoriale brucia a un inedito Gabriele d’Annunzio vecchio e prigioniero proprio al Vittoriale; Lettera a Claudio all’indimenticato Claudio Lolli, poeta sconfitto ma che non ha mai perso. Le altre canzoni sono un’incantevole filastrocca misterica (La Maga e lo Straniero), dove alla voce di Gazich si uniscono la voce e il violoncello di Giovanna Famulari; una meditazione piano e voce (Fiume circolare) sul “muro liquido” che ci ha tutti circondati in questi anni; una canzone non di Gazich, per la prima volta in un suo album: Ulisse coperto di sale, che omaggia il grande esperimento compiuto da Lucio Dalla con il poeta Roberto Roversi, attraverso tre album negli anni settanta, di unione di musica e parola squisitamente poetica.

Ma è proprio il titolo a racchiudere l’intera filosofia di questo nuovo lavoro in studio. Racconta Gazich: “L’Argon, (dal greco ἀργός –όν, cioè “refrattario all’azione, pigro”) è un elemento chimico della tavola periodica, fa parte del gruppo dei gas nobili, nobili perché hanno la caratteristica di non combinarsi o combinarsi a fatica con gli altri elementi. Un tempo veniva anche detto, suggestivamente ed evocativamente, inerte e raro. Argon, inoltre, è il titolo del primo racconto de Il sistema periodico (1975) di Primo Levi: autobiografia attraverso i 21 elementi della tavola periodica, che diventano spunto per brevi narrazioni autobiografiche. Levi, oltre che scrittore, fu chimico. Nel racconto Argon Levi descrive i suoi antenati ebrei piemontesi, che vivevano, in un atteggiamento di dignitosa astensione, a margine della società per forza, ma anche anche per scelta. Ho esteso la metafora di Levi, per cantare anche della condizione dell’artista: spesso a margine (non serve riepilogare ciò che è avvenuto o non è avvenuto per gli artisti in questi anni di pandemia), tuttavia mai marginale. Se si escludono rari casi felici ed eclatanti, il lavoro dell’artista è lavoro segreto e negletto dalla società, perché è apparentemente inutile. Esso è invece fondamentale per la sopravvivenza del mondo, come l’altrettanto segreto lavoro delle api e dei lombrichi. Questo il fil rouge che lega le canzoni di Argon”.

Il lavoro è arricchito dalla presenza di alcuni ospiti di grande valore: Giorgio Cordini (per tanti anni a fianco di Fabrizio De André) suona il bouzouki; Paolo Capodacqua (braccio destro di Claudio Lolli per decenni) offre la sua chitarra; Rita Tekeyan, cantante armena, porta i melismi e la fonazione orientale della sua voce unica; Giovanna Famulari canta e suona il suo violoncello d’autore; Lara Molino, cantante folk abruzzese scoperta e pubblicata da Gazich un decennio fa, esibisce nella sua lingua la sua bellissima voce, fieramente tradizionale; Marco “Tibu” Lamberti, da anni stretto collaboratore, di Gazich suona la chitarra classica; Valerio Gaffurini suona il piano; Vincenzo “Titti” Castrini, già al fianco di Vinicio Capossela colora tutte le canzoni con la sua fisarmonica; la sezione ritmica, composta da Paolo Costola, alla batteria (da dieci anni anche tecnico del suono a fianco di Gazich) e da Alberto Pavesi alle percussioni, irrobustisce le canzoni.

I TRE EVENTI DI PRESENTAZIONE

L’uscita dell’album sarà accompagnata da tre concerti evento:

DEDICATO A PRIMO LEVI: 27 novembre FolkClub, Torino, ore 21.30 (Via Perrone 3 Bis)

DEDICATO A D’ANNUNZIO PRIGIONIERO E ANTIFASCISTA: 28 novembre Auditorium del Vittoriale, Gardone Riviera (Bs), ore 16.30 (Via Vittoriale, 12) - il concerto sarà registrato per la pubblicazione di un album dal vivo

DEDICATO A INGEBORG BACHMANN: 2 dicembre Sala Curci, Roma, ORE 18,30 (Via di Porta Pinciana 1)

Sul palco, ad accompagnare Michele Gazich, ci saranno Giovanna Famulari al violoncello e Marco Lamberti alla chitarra.

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GUIDA ALL’ASCOLTO (traccia dopo traccia)

1 Argon

(parole e musica di Michele Gazich)

Tratto dall’omonimo racconto di Primo Levi è la canzone programmatica dell’album: il testo ne contiene il senso principale “Come le api e i lombrichi / lavoro in segreto”: dal “lavoro che rende liberi” (Arbeit macht frei) dei campi di sterminio, lavoro pubblico, obbligatorio e drammaticamente ostentato, al “lavoro in segreto” del chimico, dello scrittore, dell’artista. L’artista può essere ucciso, segregato, messo a margine, ma non sarà mai marginale. Argon è il primo racconto de Il sistema periodico (1975) di Primo Levi: autobiografia attraverso i 21 elementi della tavola periodica, che diventano spunto per brevi narrazioni autobiografiche. Levi, oltre che scrittore, fu chimico. Nel racconto Argon, Levi descrive i suoi antenati ebrei piemontesi, che vivevano, in un atteggiamento di dignitosa astensione, a margine della società per forza, ma anche anche per scelta. Introdotta dal violino di Michele Gazich, la canzone procede per accumulazione. Alla chitarra classica di Marco Lamberti si uniscono poi il basso e le percussioni; poi la voce orientale della cantante armena Rita Tekeyan. Nella sezione centrale, gli archi (suonati e arrangiati da Gazich) dialogano con lo storico bouzouki di Giorgio Cordini (per tanti anni al fianco di De André). La preghiera cantata che conclude la composizione era un testo in uso nella comunità ebraica piemontese. Il testo è stato adattato su musica originale di Gazich.

2 La Maga e lo Straniero

(parole e musica di Michele Gazich)

Racconta Gazich: “L'occasione per la scrittura de La Maga e lo Straniero è stata la partecipazione alla processione cerimoniale diffusa in buona parte della Sardegna ma soprattutto nel Campidano, denominata s'incontru: "l'incontro". La mattina di Pasqua, le statue di Gesù risorto e della Madonna portate sulle spalle dai fedeli, s'incontrano, provenendo da direzioni diverse, nella piazza centrale del paese; s'inchinano uno di fronte all'altro e poi procedono insieme verso la chiesa dove sarà celebrata la messa pasquale. La processione è accompagnata da suggestivi canti tradizionali e il momento dell'incontro è gioiosamente celebrato anche dal suono della banda. Non sono un antropologo o uno storico dei riti, ma, a parer mio, quest'incontro, totalmente assente dai vangeli canonici e apocrifi, potrebbe forse essere la cristianizzazione di un rito preesistente: un incontro uomo-donna allo sbocciare della primavera. Comunque sia, nella sua declinazione cristiana e nel suo probabile sostrato antico, quest’incontro mi ha incredibilmente suggestionato e immediatamente ho dovuto scrivere la mia canzone”. Si tratta di una filastrocca in rima baciata, che rimanda alla musica barocca e alla canzone popolare. È un duetto tra le voci e gli strumenti di Giovanna Famulari e Michele Gazich: violino e violoncello e due voci che non potrebbero essere più diverse (freschissima e tintinnante quella di Giovanna; più grave e austera quella di Michele) e dunque ben si sposano nel raccontare questa storia in ultima istanza d’amore.

3 Ulisse coperto di sale

(parole di Roberto Roversi, musica di Lucio Dalla)

Il poeta Roberto Roversi scrisse i testi per una trilogia di album di Lucio Dalla: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975) e Automobili (1976). Dalla, qualche anno dopo la collaborazione, dichiarò: “Se non avessi incontrato Roversi, adesso farei l’idraulico”. Ulisse coperto di sale è forse la più esplosiva delle canzoni che scrissero insieme: nel brano l’insanabile divario tra poesia e canzone esplode e si risana attraverso un folle volo di ritorno ad Ulisse e ad Omero. È la prima volta che Gazich include in un suo album una canzone non sua, ma ha voluto omaggiare l’audace esperimento di rottura degli schemi della forma-canzone operato da Dalla e Roversi. La voce di Gazich si fa qui grido e sussurro; il suo violino sa essere lacerante accanto alla voce, spinto dalla sezione ritmica Costola/Pavesi alla terza collaborazione con Gazich in questo album, ma mai così veemente, così rock.

4 Canticchiare aiuta

(parole e musica di Michele Gazich)

Il poeta Eugenio Montale, premio Nobel nel 1975, scrisse e pubblicò più poesie negli ultimi anni della sua vita che in tutti quelli precedenti. Spinto da una prodigiosa fecondità, scriveva quasi ogni giorno, rinchiuso nella sua casa milanese di via Bigli. Il poeta era solito dire che scrisse le sue prime raccolte poetiche in frac e le ultime in pigiama. I suoi ultimi componimenti si presentano come brevi osservazioni su oggetti di casa, su articoli di giornale o sui piccioni che vengono alla finestra. Come gli umili volatili cittadini che ne sono l’oggetto, le sue poesie estreme sembrano volare basso. Sembrano, in quanto esse sono in realtà paradossalmente vertiginose e metafisiche. Spiega Gazich: “La mia canzone è un omaggio al lavoro in segreto dell’anziano poeta, al suo canticchiare poesiole-perle cariche di saggezza quasi zen: sberleffo, bestemmia, esorcismo quotidiano contro la morte”. Musicalmente la canzone è una libera meditazione, libera dalla prigione di strofe e ritornelli si sussegue in un flusso creativo a cui contribuiscono tutti gli strumenti: gli archi, il basso fretless, la batteria in questo caso delicatissima di Alberto Pavesi e la voce della Tekeyan che si unisce agli archi in significativi picchi orchestrali che danno uno slancio quasi da colonna sonora cinematografica. Ancora una volta, cuore della canzone è la voce di Gazich, magistrale nel chiudere questa dolorosa meditazione sulla morte (“Il poeta sa che la morte non avviene in rima / Ma canticchiare a volte aiuta / Mentre scendi, scendi quella china”) con un infantile e struggente “la la la”.

5 Il fuoco freddo della luna

(parole e musica di Michele Gazich)

A Roma ho imparato a vivere!”: così scrisse ed era solita dire la poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, che nella capitale scelse di vivere gli ultimi anni della sua vita . Una notte, nella sua ultima casa romana in Via Giulia, a letto venne avvolta dalle fiamme. Era il 2 ottobre 1973. Quindici giorni dopo morì per le ustioni riportate. Forse la colpa fu di una sigaretta lasciata accesa, forse fu una scelta, forse fu il fuoco freddo della luna che entrò in casa sua quella notte e la bruciò. Le acque della Senna tre anni prima avevano inghiottito l’amore e riferimento della sua vita, il poeta Paul Celan. L’amore tra i due è narrato in maniera terribile e meravigliosa dal loro carteggio, fatto di poesia, di furiose accensioni emotive e di vera disperazione esistenziale. Racconta Gazich: “Nel 2011 avevo scritto e dedicato a Celan la canzone Il latte nero dell’alba; ora, dieci anni dopo, Il latte nero dell’alba si è tramutato nel Fuoco freddo della luna, dedicata alla Bachmann. La poetessa aveva scritto, profeticamente: “Ho visto a Campo de’ Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato”.

La fisarmonica di Vincenzo “Titti” Castrini, presente in ogni canzone dell’album, qui diventa protagonista assoluta: è l’unico strumento a supportare la voce in un inquietante ma seducentissimo valzerino.

6 Il Vittoriale brucia

(parole e musica di Michele Gazich)

Una canzone a cui Michele Gazich ha lavorato più di dieci anni, non solo alla composizione, ma anche attraverso ricerche di materiali anche inediti d’archivio. Racconta il D’Annunzio degli ultimi anni. Ancor oggi su di lui un po’ si sorride, magari su qualche aneddoto pruriginoso, e di rado davvero lo si legge. Men che meno si leggono gli scritti dell’ultimo D’Annunzio: il vecchio umiliato del Vittoriale, che è un uomo ripiegato su se stesso, che scrive “in segreto” brevi prose poetiche: brutalmente sincere, introspettive, tristissime, occasionalmente addirittura autoparodistiche. È il D’Annunzio che, nella saletta d’attesa per gli ospiti sgraditi del Vittoriale (ce n’era anche una per quelli graditi) nel 1925, fece sedere e attendere a lungo Mussolini prima di riceverlo. In quella stanza, il Duce, nella lunga attesa, fu obbligato ad osservare e meditare un’iscrizione accuratamente incorniciata (ancor oggi visibile al Vittoriale), dove lo si definiva “mascheraio”, uomo dalle molte maschere. Annota Gazich: “Magra soddisfazione del poeta prigioniero di lusso dei fascisti che riceveva l’ipocrita visita del suo carceriere? Certamente, ma non è forse anche giunto il momento di riconoscere all’ultimo D’Annunzio un paradossale antifascismo?” La canzone allude anche alla misteriosa “caduta” di D’Annunzio dal balcone del Vittoriale. Il 3 agosto 1922 aveva parlato ai milanesi dal balcone di Palazzo Marino. Il giorno dopo il segretario del partito fascista Michele Bianchi gli mandò un telegramma, ringraziandolo, ironicamente, per non avere mai pronunciato la frase “Viva il fascismo!”. D’Annunzio rispose troppo eloquentemente: “C’è un solo grido da scambiare tra gli italiani: Viva l’Italia. È il mio. Io non ebbi, io non ho, io non avrò se non questo”. D’Annunzio allora, dopo i fatti di Fiume e le sue gesta nella Prima Guerra Mondiale, era eroe e punto di riferimento anche politico a livello nazionale; i fascisti non gradirono il suo mancato appoggio e il suo deciso rifiuto a collaborare. Dieci giorni dopo il discorso di Palazzo Marino, il 13 agosto, D’Annunzio cadde da una finestra del Vittoriale, la sua villa a Gardone Riviera, in circostanze mai chiarite: il volo fu di 3 metri e ottanta; il poeta si ruppe il cranio sul selciato del vialetto del giardino. Rimase in stato di incoscienza e poi di subcoscienza, fino a settembre. Non morì, come probabilmente ci si attendeva, ma comunque, da allora, fu per sempre tagliato fuori dalla scena politica e qualunque suo intervento contro la nascente dittatura fu reso nullo e, di fatto, censurato. Il 6 settembre fu sciolto il corpo dei legionari con cui aveva occupato Fiume. Il 12 settembre il giornale “La Riscossa”, che esprimeva il pensiero di D’Annunzio e dei legionari, fu chiuso. Il 28 ottobre del 1922 i fascisti marciarono su Roma. D’Annunzio sopravvisse altri 16 lunghi anni al Vittoriale, prigioniero e sedato: il regime controllava i movimenti del poeta e gli forniva donne, cocaina e soldi.

Gabriele d’Annunzio morì al suo tavolo di lavoro il primo marzo 1938, anche se già da tempo si definiva “un re sepolto con i propri tesori”. Ma era, pur tra i suoi tesori, un altro fra i tanti poeti in gabbia: scomodo, dunque imprigionato e imperdonabile.

La canzone è un succedersi di sezioni musicali diverse: nella prima Gazich unisce alla sua voce il suono della sua viola; la seconda è un viaggio quasi onirico in quello che D’Annunzio chiamava “il terzo luogo”, tra la vita e la morte e la musica si fa solenne mentre scompaiono le parole. L’ultima, dal solenne incedere folk, quasi come se i Fairport Convention fossero nati in Italia (val la pena ricordare che Gazich ha collaborato anche con il grande Richard Thompson, che ne fu il fondatore e principale compositore), è in dialetto abruzzese, lingua madre di D’Annunzio. È magistralmente cantata da Lara Molino, oggi la più importante cantante folk abruzzese, scoperta e pubblicata la prima volta proprio da Gazich più di un decennio fa.

7 Fiume circolare

(parole e musica di Michele Gazich)

Racconta Gazich: “Jean Flaminen, il vecchio poeta francese, legge le sue poesie. Contiene moltitudini, come Walt Withman e Bob Dylan. Moltitudini di lingue. Moltitudini di uomini. È il 5 aprile 2019: sta leggendo a un festival letterario in un teatro a Venezia. È vecchio e non vuole sembrare giovane. È saggio come i vecchi poeti dovrebbero essere. Alla fine della lettura, osai porre uno dei suoi libri che possedevo nelle sue mani. Mi guardò a lungo fisso negli occhi. Minuti, non secondi. Poi, lentamente, sulla prima pagina del libro mi scrisse, in italiano: “Una corda slegata ormeggia il fiume”. Voleva che io capissi. Mi diede un mantra. Mi diede il seme per questa canzone”. La canzone scorre circolare su di sé: costruita su un ipnotico arpeggiare del pianoforte suonato dallo stesso Gazich, che recita e canta il suo testo dolente (La vita può cambiare / O inganno dei mortali! / Con un gesto, un azzardo, un ridere a lacrime / Con un pugno bastardo, un piangere invano / O un figlio pazzo che prega di notte il sole / Riflesso da una lama di coltello / Una corda slegata / È una corda legata) affiancato solo da un soffio di fisarmonica fuori scena e da qualche vocalizzo della voce quasi soprannaturale di Rita Tekeyan. Il “fiume circolare” è quasi un muro liquido, ancora meno rassicurante della già terrificante modernità liquida di cui scriveva Zygmunt Bauman.

8 Lettera a Claudio

(parole e musica di Michele Gazich)

Una lettera in musica pensata per tanti anni. Racconta Gazich: “Vent’anni fa una sera di maggio suonavo il mio violino su di un piccolo palco, aprivo un concerto di Claudio Lolli. Era una Festa dell’Unità, ma c’era poco di festoso: era una festa triste di quella tristezza molto lombarda, tutta interiore, che di rado si libera in pianto. Io, tuttavia, ero felice di incontrare Claudio, che mi aveva dato tanto attraverso le sue canzoni. Mi ero ripromesso di ringraziarlo. Quella sera accompagnavo con il mio violino Andrea, un ragazzo innamorato dei songwriter statunitensi; Claudio era a sua volta accompagnato dal chitarrista Paolo Capodacqua. Alla fine del nostro breve set, Paolo e Claudio mi chiesero se potevo suonare una canzone o due anche con loro. Accettai, incredulo. Improvvisai tutto: a mia memoria in maniera un po’ caotica e disorientata ma ci misi tutto il cuore. Magari la memoria mi inganna e fu tutto più bello di come lo ricordo. Certamente vent’anni fa ancora non sapevo di essere bravo sul violino. Mi sembrava sempre un miracolo essere accolto e ascoltato e accoglievo ogni collaborazione con la gratitudine di un orfano a cui viene dato un tetto. Ciò che suonai quella sera evidentemente piacque a loro e mi tennero sul palco infine non per due canzoni, ma per tutto il concerto! Guardavo e guardavo Claudio cantare e recitare con la percezione di vivere momenti irripetibili. Il poeta teneva in mano un libriccino e da lì leggeva con un misto di coinvolgimento profondo e di rassegnata disperazione che mi strappava il cuore. Ricordo il cupissimo e sconsolato “MAH” che inframmezzò quella sera al testo della sua storica canzone Borghesia: “Vecchia piccola borghesia / Vecchia gente di casa mia / Per piccina che tu sia / Il vento un giorno forse MAH / ti spazzerà via”. Ricordo anche la dolcezza con cui Claudio mi salutò, ricordo il suo abbraccio, la sua barba morbida quando ci scambiammo un bacio. Quella notte mentre guidavo tornando a casa ero turbato, quasi sconvolto da tanta forza e da tanta fragile dolcezza. Il 29 febbraio del 2020: il mondo stava per cambiare, stava per chiudersi tutto. Molto non ha più riaperto. Ero a Venezia, una Venezia già deserta, anche se, ufficialmente, non era ancora stato indetto il lockdown. Mi sentivo un rifugiato, vivevo allora in una silenziosissima casa nel centro della città. Raramente, nel corso del giorno, una voce isolata o il rumore dei passi di qualcuno spezzavano la calotta plumbea del silenzio inquietante di quei giorni. Cominciai a pizzicare il mio violino, camminando per la casa, e a canticchiare delle parole: “Claudio, è vero / È ancora vero / Abbiamo paura del buio / E anche della luce” e, nello spazio di un mattino scrissi, in forma di canzone, quella Lettera a Claudio, che da tanti anni volevo scrivergli. Il giorno dopo tornai a casa e mi precipitai in studio di registrazione per fissare una bozza della canzone. Poi tutto si fermò. Alla televisione ogni giorno si celebrava il rito della conta dei morti. Una delle mie poche consolazioni era riascoltare Lettera a Claudio. La mandai a Paolo Capodacqua che, isolato nella sua casa di Avezzano, nell’aprile 2020, mi fece l’onore di registrare una parte di chitarra piena di affetto e di poesia. Per tutto il 2020 e nei primi mesi del 2021 ho continuato ad ascoltare e a riascoltare la canzone, a perfezionarne l’arrangiamento e il mix. Non avevo fretta. Non ho mai avuto fretta. Sentivo che dovevo custodire questa canzone. Poi, finalmente, all’inizio del marzo del 2021, pur con le difficoltà che il viaggiare ancora includeva, partii. Paolo aveva trovato un piccolo teatro. Sentivo che, per me e per tanti, dovevo registrare il video di Lettera a Claudio in un teatro vuoto, come sono sono stati tutti i teatri, per troppo tempo. Ci siamo dunque seduti su delle panche nell’attrezzeria del teatro e, circondati da oggetti di scena, da costumi, fari in disuso, maschere e burattini, abbiamo risuonato le canzone e celebrato, quasi come carbonari, il sacro rito della musica e della parola, nel ricordo di Claudio Lolli”.

 

(Scelto dalla Fondazione Lolli per celebrare il settantunesimo compleanno di Claudio Lolli, il 28 marzo del 2021)

Informazioni aggiuntive

  • Event Time: FolkClub, Torino (dedicato a Primo Levi)
  • Event Date: Sabato, 27 Novembre 2021
  • Event Location: 27 novembre FolkClub, Torino (dedicato a Primo Levi)
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